domenica 1 febbraio 2015

Come non deve essere la comunicazione nei periodi di emergenza: l' esempio (incompreso) della pandemia del 1918



Durante l’ autunno del 2009  era alta l’ attesa in Italia  per l’ arrivo del nuovo virus influenzale H1N1, battezzato dall’ OMS come il protagonista della prima pandemia del 21° secolo. Il virus viene chiamato inizialmente messicano perché dal Messico, precisamente dal villaggio di La Gloria, sembra sia partito il primo focolaio epidemico, anche se il primo isolamento è avvenuto in un bambino americano, figlio di un militare. In seguito viene abbandonata la dizione di tipo geografico e viene adottato il termine di suina, per sottolineare la provenienza del virus dalle popolazioni dei maiali che per lunghi anni sono stati depositari dei predecessori del virus, prima di produrre una variante che, grazie all’ innesto di componenti umane e aviaria, è stata capace di trasmettersi efficacemente negli uomini. Tale termine, anche se impropriamente, viene utilizzato ancora oggi in merito ai casi riportati dalle cronache in varie parti del mondo. I primi casi sporadici nel nostro paese si sono verificati durante l’ estate del 2009, per lo più di importazione. A fine agosto fa scalpore la notizia di un ragazzo di Parma che viene colpito da una forma particolarmente severa  e che solo dopo diversi giorni di ricovero in terapia intensiva a Monza riuscirà a sconfiggere il virus. Nel frattempo prendono sempre più piede le voci che vedono nella nuova epidemia l’ ennesimo falso allarme lanciato dalle autorità mondiali, per suscitare paure ingiustificate e favorire gli interessi di importanti gruppi economici che lavorano nel campo della produzione di vaccini e di farmaci antivirali. L’OMS, in verità, ha esitato non poco  prima di annunciare la fase 6, che è quella che segna ufficialmente l’ inizio di una nuova pandemia e l’ avvio dei piani di preparazione da parte di tutte le nazioni. Per ben 5 settimane la lancetta rimane ferma alla fase 5 e, in quel periodo, sono molte le pressioni che arrivano da varie parti per non fare un passo che avrebbe potuto creare eccessivo allarme nelle popolazioni mondiali. Il virus infatti, nonostante una propensione a diffondere con grande velocità e a raggiungere in tempi brevi diversi paesi in diverse aree del pianeta, non sembra così aggressivo come i primi casi avevano fatto temere. E’ vero che non mancano segnalazioni di casi gravi che risultano colpire particolarmente i soggetti giovani, ma si è ben lontani dagli scenari catastrofici che la crescente pericolosità dei virus aviari aveva fatto prevedere. Si cerca di mettere a punto frettolosamente un sistema che tenga conto anche della gravità, ma si sarebbe dovuto necessariamente tener conto di un impatto diversificato a seconda dei vari paesi colpiti e, alla fine, si giunge alla proclamazione della fase 6 sulla base del dato della diffusione planetaria. In tempi successivi un apposita commissione di esperti, chiamati a dirimere la questione se sia stato giusto o meno fare tale annuncio, si pronuncerà prosciogliendo l’ OMS dalle accuse che le erano state rivolte, anche se punta il dito su alcune ombre nella gestione delle fasi dell’ emergenza.

 Ma torniamo all’ Italia. I piani pandemici, predisposti fin dal 2006, sono già operativi e dalla fase di contenimento si passa alla  fase di mitigazione. A questo scopo sono stati sottoscritti i contestatissimi accordi tra il governo italiano, rappresentato dal ministro Sacconi, e la casa farmaceutica Novartis, per l’ acquisto di 184 milioni di euro di vaccini. Gli accordi secretati verranno poi divulgati dalla rivista Altreconomia. Il governo decide di varare una campagna informativa sia mediante l’attivazione di un numero verde dedicato sia con la scelta di un testimonial che viene ripescato dalla tradizione televisiva di 50 anni prima:  Topo Gigio.

Lo scopo evidente è quello di utilizzare un volto famigliare e accattivante per diffondere messaggi di tranquillità alla popolazione e per fugare ogni motivo di allarme. In alto nella locandina campeggia la scritta: l’ influenza H1N1 è un’ influenza come tante. A rafforzare questo messaggio ci sono anche le prese di posizioni dei rappresentanti delle nostre istituzioni che di fronte ad ogni caso grave e fatale hanno attribuito le cause alle condizioni precarie  di salute delle persone colpite. Il ministro Fazio, quando l’ epidemia era ancora agli inizi, rilascia un comunicato ripreso da più testate giornalistiche in cui afferma che, in base ai primi bilanci, si trattava di un’ influenza più leggera di quelle stagionali. Questi messaggi hanno finito per disorientare la popolazione a cui, nel contempo, si chiedeva uno sforzo non comune per aderire ad una campagna di vaccinazione senza precedenti  e hanno finito per rendere ancora più radicata la convinzione che si trattasse in realtà di una gigantesca montatura a danno delle finanze dello stato e della salute della gente. Il risultato è stato il flop della campagna preventiva, con le persone che hanno finito per temere di più i rischi dell’ iniezione rispetto ai rischi della malattia. L’ intenzione è stata certamente quella di evitare il panico e i problemi di ordine pubblico, con i servizi di emergenza presi d’ assalto e l' abbandono dei luoghi di lavoro ma il risultato è stato che non poche persone si sono ammalate gravemente e sono decedute per aver sottovalutato il pericolo e per non essersi adeguatamente protette. Il bilancio conclusivo non è stato certamente drammatico, ma viene da chiedersi che cosa sarebbe potuto accadere se l’ epidemia si fosse manifestata in forma più severa e non si fosse cambiato registro nelle comunicazioni ufficiali.

Abbiamo un precedente importante che illustra bene che cosa può comportare questo tipo di atteggiamento da parte delle autorità pubbliche. (1)

Evitiamo gli errori del 1918




Negli USA le prime avvisaglie di quella che sarebbe stata una delle peggiori catastrofi nella storia dell’ umanità si hanno nella primavera del 1918, ma non lasciano presagire quello che sarebbe avvenuto in seguito. Gli effetti sono più evidenti in Europa, dove iniziano a morire parecchi soldati impegnati nei fronti della grande guerra. Alla fine dell’ estate un’ epidemia più severa colpisce la Svizzera e, a questo riguardo, i rapporti dell’ intelligence parlano di una situazione che richiama le epidemie di peste delle epoche medievali.

Il governo americano decide di adottare la stessa strategia di comunicazione utilizzata per informare la popolazione sull’ andamento della guerra, che consiste nel dare un’ immagine edulcorata di quella che è la cruda realtà dei campi di battaglia. La gente non ha diritto di conoscere come stanno realmente le cose perché ha un livello infantile di comprensione e la conoscenza della verità potrebbe generare malcontento e contrarietà.

Quando l’ epidemia si diffonde nel territorio americano, il presidente non rilascia nessuna dichiarazione e i membri del suo governo si limitano a dare notizie rassicuranti. Secondo i responsabili dell’ amministrazione pubblica non c’ è motivo di creare allarmi quando vengono prese le giuste contromisure per far fronte alla minaccia. A questa strategia  si allineano anche i politici e gli ufficiali sanitari a livello periferico. Il direttore della salute pubblica di Chicago afferma che il suo compito è quello di tenere la gente lontana dalla paura perché la preoccupazione uccide più della malattia. Tutti i  messaggi che arrivano alla popolazione attraverso i vari canali della comunicazione sono rivolti a trasmettere  un senso di sicurezza e di controllo, sui cartelloni pubblicitari spicca la scritta che si tratta solo della vecchia influenza mascherata sotto un nuovo nome. Ma in realtà non è una banale influenza, poiché  si muore anche  in  24 ore e i quadri sono talmente gravi da venire scambiati per tifo o colera. In alcuni casi le persone ammalate perdono sangue non solo dalla bocca e dal naso, ma anche dalle orecchie e dagli occhi.

Nonostante la gravità della situazione il governo e i giornali continuano a rassicurare. A Filadelfia, il responsabile locale per la salute assicura che non ci sarà nessuna difficoltà nel contenere l’ epidemia. Quando il bilancio delle vittime comincia a salire afferma che la situazione è sotto controllo. Quando muoiono 200 persone in un giorno dichiara che il picco della malattia è già stato raggiunto. Quando ne muoiono 300 giura che si è arrivati alla cima. Alla fine i decessi toccano i 759 in un solo giorno e la stampa locale smette di interpellarlo. In molte altre località si adotta la stessa strategia, nonostante che il numero di decessi sia talmente alto che si rende necessario scavare delle fosse comuni. A Camp Pike,  8000 soldati vengono ricoverati nell’ arco di 4 giorni, ma un giornale di una località vicina scrive che l’ influenza spagnola è uguale alla normale influenza: stessa febbre e stessi brividi.

La conseguenza di questa strategia di comunicazione è il terrore. La gente perde la fiducia nelle pubbliche autorità e finisce per dare ascolto alle voci e alle fantasie più terribili. Si comincia ad avere paura di ogni contatto umano fino ad arrivare alla rottura del tessuto che tiene unita una società. Ovunque la paura, non la malattia, tiene le persone in casa con il risultato di provocare un massiccio assenteismo. Le conseguenze sono gravissime per tutte le attività sia pubbliche ( a cominciare dagli ospedali) che  economiche, con la paralisi delle attività lavorative, dei trasporti e dei mezzi di comunicazione, aumentando così il senso di isolamento delle persone. La gente muore di fame perché i negozi hanno le saracinesche chiuse e non c’ è nessuno che porta cibo nelle case, per paura della malattia. Se fosse durata ancora qualche settimana si sarebbe arrivati al crollo completo della società civile.

Ma ci sono stati anche esempi virtuosi come a San Francisco dove, dopo un momento di sbandamento iniziale, le pubbliche autorità si sono rimboccate le maniche e hanno iniziato a dare informazioni semplici ma concrete, come l’ invito a indossare le maschere e la società ha retto all’ impatto senza crollare completamente. Si è visto che quando la gente è correttamente informata diventa capace di atti di abnegazione e di eroismo.



Questa  lezione dovrebbe valere anche per i nostri giorni,
 ma purtroppo non è stata fatta propria dai nostri amministratori. In occasione dell’ emergenza pandemica, l’ atteggiamento è stato di negare che esistesse una vera emergenza e si è affermato ripetutamente  che le persone non correvano nessun serio pericolo a meno che non fossero affette da gravissime patologie. In realtà non poche persone perfettamente sane sono state ricoverate per periodi prolungati e sottoposte a terapie rianimatorie impegnative e molte sono decedute. Le conseguenze non sono state drammatiche così come è avvenuto con i fatti del 1918 solo grazie ad un’ epidemia che si è dimostrata relativamente blanda. Ma il doppio binario seguito dalle nostre autorità, con lo sforzo prodotto per mitigare i danni della pandemia  vanificato da un’ informazione che è sempre stata tesa a  minimizzare i rischi, ha portato alla perdita di fiducia da parte della popolazione e  all’ abbandono di pratiche sicure come la vaccinazione, con ripercussioni negative non solo nell’ immediato ma anche negli anni a venire.  Se il virus non è  dissimile dalle  comuni influenze del passato, perché le persone di mezza età, affette da patologie non particolarmente gravi o appartenenti a categorie non tradizionalmente associate ad un rischio elevato, come le donne in gravidanza o gli adulti in soprappeso, dovrebbero preoccuparsi di un pericolo che non si è mai presentato come tale davanti ai loro occhi? Per evitare allarmi eccessivi e disordini si è rinunciato a condurre idonee campagne di sensibilizzazione che rendano consapevoli le persone e  si è cercato invece di scaricare la responsabilità sui singoli individui, rei di non aver adottato comportamenti sicuri, vuoi per convinzioni personali vuoi perché spaventati da notizie  infondate come quella relativa alle morti associate alvaccino Fluad ( non dimentichiamo che l’ allarme è partito da un  ente istituzionale).
Il mondo è certamente diverso da quello del 1918, ma la pandemia del 2009 e la vicenda dell’ epidemia di ebola hanno dimostrato quanta strada ancora si debba fare per riuscire a fronteggiare in maniera adeguata le emergenze e dobbiamo ringraziare solo la “mitezza” della prima e la scarsa trasmissibilità del secondo se non siamo stati sommersi come nel 1918. 
Un ruolo chiave è dato dalla comunicazione, che deve essere trasparente, equilibrata e coerente, non allarmistica ma neppure reticente e deve saper dare una chiara indicazione di quali siano i rischi reali e quali i margini di incertezza. L’ obiettivo deve essere quello di costruire un clima di fiducia e di far sentire la gente una parte direttamente coinvolta nella gestione della crisi  e non una mandria da governare. E’ iniziato il conto alla rovescia per la prossima emergenza. Non facciamoci trovare ancora impreparati.


1) Pandemics: avoiding the mistakes of 1918
John M. Barry
Nature 459, 324-325 (21 May 2009) | doi:10.1038/459324a

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