sabato 11 novembre 2017

Vaccinazione antinfluenzale: solo l’unione rende possibile la vittoria



Articolo scritto per IoVaccino con il contributo di Stefano Zona





La vaccinazione non è solo un atto di protezione ma anche di responsabilità, in quanto permette anche a chi non è vaccinato di beneficiare della protezione offerta da chi intorno a lui è vaccinato. È quella che viene chiamata herd immunity o immunità di gruppo. Molti dissenzienti non credono a questa importante funzione, per ragioni di pregiudizio ideologico ma anche di insensibilità nei confronti dei temi di solidarietà sociale.
 Un argomento che potrebbe servire a smuovere le loro coscienze è rappresentato dal rischio che corrono i familiari dei soggetti non vaccinati. Ho avuto esperienza diretta di un caso di pertosse di un bambino di 4 anni che si è trasmessa al fratello di 4 mesi, ricoverato per crisi di apnea, entrambi non vaccinati per scelta esplicita dei genitori.
Questo aspetto è particolarmente significativo nel caso dell’influenza e viene ben evidenziato dallo studio di Pia Hardelid dell’University College di Londra (1) [lo studio è stato finanziato dal NHS, il servizio sanitario nazionale inglese, i dati provengono da diversi database amministrativi della Scozia]. In una coorte di 424.048 bambini nati tra il 2007 ed il 2015 ci sono state 1.115 ospedalizzazioni di bambini di meno di 2 anni per influenza, in grande maggioranza (85,1%) nati a termine e senza problemi di salute.
I risultati sembrano scontati, ma solo in parte: innanzitutto, i bambini al di sotto dei 6 mesi nati a ridosso della stagione invernale, hanno 3-4 volte più rischio di una ospedalizzazione rispetti ai bambini nati a fine inverno e in primavera; i bambini che hanno avuto problemi di salute o nati pretermine sono più a rischio di quelli nati sani e senza problemi dopo il parto (di nuovo, nulla di strano).
Ma poi arriva un dato interessante: i bambini sotto i 6 mesi che hanno uno o più fratelli/sorelle maggiori, sono molto più a rischio di ospedalizzazione rispetto ai figli unici. Ed è interessante anche perché questo risultato è stato confermato nel gruppo 6-24 mesi.
Il principale fattore di rischio quindi, in particolare per quelli con meno di 6 mesi, è risultato l’appartenere a nuclei familiari con fratelli di età maggiore. È una chiara dimostrazione dell’importanza di vaccinare i bambini più grandicelli così da proteggere anche gli abitanti di casa più piccini.
Possiamo quindi sfruttare l’“effetto famiglia” per proteggere i neonati all’interno di un nucleo familiare con più di un bambino (visto che circa la metà del rischio è infatti rappresentata dai fratelli/sorelle maggiori).
Gli autori dello studio concludono: “Vaccination of children who are eligible for influenza vaccination under a universal programme (children aged ≥2 years in the UK) who have a sibling aged <2 years during the influenza season should be strongly encouraged to be vaccinated in order to prevent influenza-associated hospital admissions among young children”.
Ma vaccinare i bambini contro l’influenza può essere un’arma importante per la protezione anche di altre categorie di soggetti deboli in ambito familiare, mi riferisco ai nonni e ai portatori di patologie a maggior rischio di complicazioni.
Purtroppo in Italia l’influenza viene percepita come un problema che interessa quasi esclusivamente le categorie più vulnerabili, nonostante la ricerca degli ultimi anni abbia messo in luce le importanti ricadute sull’intera collettività, con un impatto rilevante non solo sotto il profilo sanitario ma anche sociale ed economico. I bambini rappresentano un elemento chiave nella diffusione della malattia, in quanto si ammalano con percentuali elevate (fino al 30%), diffondono il virus in misura maggiore e per tempi più prolungati rispetto agli adulti, sono a stretto contatto tra di loro e osservano meno le regole igieniche.
Il messaggio che si può trarre dai vari studi citati va oltre la vaccinazione contro l’influenza: per proteggere tutti i componenti della famiglia, soprattutto i neonati, dalle malattie che si trasmettono per via aerea e tramite la saliva è necessario vaccinare i bambini.
Alcuni gruppi di ricerca dimostrano l’efficacia dell’effetto famiglia, con metodi matematici: emerge infatti quanto è importante e cost-effective vaccinare i bambini per ridurre il rischio di influenza anche negli anziani. (2)
I bambini non hanno solo un ruolo di “untori” nei confronti delle altre classi sociali, perché sono loro stessi vittime di complicazioni e perfino di morte, soprattutto i più piccoli, in percentuali non irrilevanti.
I tassi di ospedalizzazione dei bambini sotto i 5 anni sono elevati quanto quelli degli adulti di età 50-65 anni e sotto i 2 anni si raggiungono valori non molto inferiori e, sotto i 6 mesi, anche sovrapponibili rispetto agli anziani. (3)
Diverse possono essere le complicazioni, dalle comuni otiti e sinusiti alle temibili polmoniti primarie o con sovrapposizione batterica. Non sono infrequenti le segnalazioni di miocarditi, encefaliti e sepsi.
Le morti per influenza in ambito pediatrico sono un evento fortunatamente raro, ma caratterizzato da un impatto devastante sulle famiglie e sull’ambiente sociale di riferimento. Deve far riflettere che un esito così drammatico può essere evitato con un vaccino del costo di pochi euro. Negli USA esiste ormai da più di 10 anni un programma di sorveglianza attivo che rende le morti di bambini per influenza soggette a notifica obbligatoria e sottopone ad un protocollo di indagini approfondite i casi a cui non è stato possibile fare la diagnosi prima della morte. Il programma è partito nel 2003, dopo una stagione che è stata segnata da 153 decessi con diagnosi confermata (0,88 x 100.000), nella metà dei casi erano bambini precedentemente sani. Tra il 2004 ed il 2012 si sono verificati 830 casi fatali, il 43% erano bambini sani. (4)
L’impatto dell’influenza nei bambini va al di là della malattia clinica, comprende anche i costi socioeconomici correlati, come quelli dovuti ai farmaci, alle visite ambulatoriali, alle ospedalizzazioni nonché costi indiretti come assenze da scuola e perdita di giornate lavorative da parte dei familiari, sia per le necessità di assistenza al minore sia per malattie secondarie degli stessi familiari. In uno studio finlandese il costo complessivo dell’influenza nei bambini da 6 mesi a 13 anni, con un tasso medio di attacco del 16%, è risultato pari a 39 milioni di €, senza considerare i bambini con meno di 6 mesi. Più di due terzi di questo costo dipende dalle perdite lavorative dei familiari. (5)
I programmi di vaccinazione tradizionali messi in atto dalla maggior parte delle nazioni stanno segnando il passo e in certi paesi, come in Italia, registrano significativi arretramenti rispetto agli obiettivi. Alcune nazioni più avanzate hanno capito che l’influenza, alla pari di altre malattie per le quali si sono raggiunti traguardi importanti, si combatte efficacemente solo con un coinvolgimento dell’intero corpo sociale. Un elemento basilare è la vaccinazione dei bambini dai 6 mesi in su, con il duplice scopo di ridurre l’impatto dell’influenza su questa classe di età e di contenere la diffusione del virus che ha nei bambini il serbatoio principale. Negli USA già da diversi anni viene proposta la vaccinazione estesa all’intera popolazione, indipendentemente dall’appartenenza alle categorie a rischio per le quali rimane comunque un’indicazione forte. In Europa la situazione è a macchia di leopardo, con la maggioranza dei paesi che si attengono alle classiche raccomandazioni, mentre Austria, Slovacchia e Sassonia offrono una vaccinazione estesa a tutti i bambini e Finlandia, Romania, Estonia e Slovenia ai più piccoli. L’Inghilterra ha dato il via nella stagione 2013-14 ad un ambizioso programma che si ripropone nel giro di pochi anni di estendere la vaccinazione con il LAIV (vaccino vivo nasale) a tutti i bambini sani di età 2-16 anni. (6)
Si è iniziato nel 2013 con la vaccinazione dei bambini di 2 e 3 anni e, in alcune aree pilota, di tutti i bambini di età 2-10. Nella stagione successiva l’offerta è stata estesa a tutti i bambini fino a 4 anni e, per le aree pilota, fino a 13 anni. Nella attuale stagione l’offerta viene allargata ai bambini del primo e secondo anno della scuola elementare. La percentuale di soggetti vaccinati è stata superiore al 50% e, per quanto riguarda le aree pilota, su tutta una serie di parametri (incidenza di ILI, tamponi positivi, accessi al pronto soccorso, ospedalizzazioni) si è ottenuto un miglioramento sensibile sia nei soggetti vaccinati che in quelli non vaccinati sia nel primo (7) che nel secondo (8) anno (nonostante la presenza in quest’ultimo di ceppi driftati dei virus H3N2).
Smettiamola di considerare l’influenza un problema solo di alcuni “ghetti” sociali (gli appartenenti alle categorie a rischio) e non, come dovrebbe essere, una questione che investe l’intera collettività. Con la rosolia in passato e, recentemente, con l’HPV, si è capito che a considerare unico target le donne, che sono quelle che oggettivamente rischiano di più, non si ottengono risultati soddisfacenti. Il motivo non è solo che i maschi rappresentano un serbatoio del virus ma anche che il successo di una campagna è dato dal fatto di coinvolgere l’intera popolazione e non solo una sua componente. Una delle strategie comunicative più persuasive nel campo delle vaccinazioni (a parte le frange ideologicamente schierate contro) è proprio il richiamo alla solidarietà dei più forti (quelli che rischiano meno) nei confronti dei più deboli (quelli che rischiano di più), in cui la “condivisione” porta un beneficio all’intero corpo sociale. Fintanto che l’influenza viene percepita come un problema di “altri”, ci sarà sempre qualcuno più fragile di noi o che rischia di più e non ci si deve meravigliare del fallimento delle attuali campagne. È ora di far capire che l’influenza è un problema di “tutti” e che “tutti” sono chiamati a fare la loro parte per ridurre gli ingenti costi in termini di vite umane e di spese sanitarie e sociali che gravano sull’ intera collettività.
Uno studio recente ci illustra i benefici immediati di una proposta allargata: in Inghilterra, con l’attuale programma di vaccinazione esteso a tutti i bambini, si è ottenuto un aumento del 50% (dal 40 al 60%) dei bambini a rischio che si sono vaccinati. (9)
È proprio il caso di dire: solo uniti si vince.

Dottor Stefano Prandoni, pediatra di famiglia di Valdagno e amministratore del gruppo Facebook L’influenza questa sconosciuta.
Dottor Stefano Zona, specialista in malattie infettive presso il Policlinico di Modena.


Bibliografia:
(1) Hardelid P. Verfuerden M. Risk factors for admission to hospital with laboratory-confirmed influenza in young children: birth cohort study European Respiratory Journal 2017 50: 1700489; DOI: 10.1183/13993003.00489-2017. http://erj.ersjournals.com/content/50/3/1700489
(2) Dorratoltaj N, Marathe A, Lewis BL, Swarup S, Eubank SG, Abbas KM. Epidemiological and economic impact of pandemic influenza in Chicago: Priorities for vaccine interventions. PLoS Comput Biol. Public Library of Science; 2017 Jun;13(6):e1005521.
(3) Poehling e al The underrecognized burde of influenza un young chidren NEJM 2006 Jul 6;355(1):31-40. http://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMoa054869#t=article
(4) Wong K.K., et al. Pediatrics:Influenza-Associated Pediatric Deaths in the United States, 2004–2012. Pediatrics 2013 doi: 10.1542/peds.2013-1493. http://pediatrics.aappublications.org/content/pediatrics/early/2013/10/23/peds.2013-1493.full.pdf
(5) Salo e al. Cost-effectiveness of influenza vaccination of healthy children Vaccine 2006 Jun 5;24(23):4934-41. https://doi.org/10.1016/j.vaccine.2006.03.057.
(6) Department of Health (DoH). Joint Committee on Vaccination and Immunisation. Minute of the meeting held on Friday 13 April 2012. London: DoH. [Accessed 5 Jun 2014]. http://webarchive.nationalarchives.gov.uk/20130402145952/http://media.dh.gov.uk/network/261/files/2012/05/jcvi-minutes-13-april-2012-meeting.pdf
(7) Pebody RG e al Uptake and impact of a new live attenuated influenza vaccine programme in England: early results of a pilot in primary school-age children, 2013/14 influenza season Eurosurv. 2014 Jun 5;19(22). pii: 20823. http://www.eurosurveillance.org/ViewArticle.aspx?ArticleId=20823
(8) Pebody RG e al Uptake and impact of vaccinating school age children against influenza during a season with circulation of drifted influenza A and B strains, England, 2014/15 Eurosurveillance, Volume 20, Issue 39. http://www.eurosurveillance.org/ViewArticle.aspx?ArticleId=21256
(9) Rajaran e al. Uptake of childhood influenza vaccine from 20122013 to 20142015 in the UK and the implications for highrisk children: a retrospective observationalBMJ open 2016;6:e010625. http://bmjopen.bmj.com/content/6/8/e010625.full

sabato 17 giugno 2017

Vaccini - Degli Obblighi, delle Pene e dei Misfatti



Tutto è cominciato con una petizione promossa da una mamma volenterosa con la quale si richiedeva l’ esclusione dei bambini non vaccinati dalle scuole. In poco tempo ha raccolto più di 35000 firme.  La regione Emilia Romagna, dove la mamma risiedeva, è stata la prima a varare delle norme restrittive, seguita poi da altre in ordine sparso. Lo stato, raccogliendo anche varie istanze provenienti dal mondo scientifico ed incassato il parere favorevole dei tecnici del ministero, ha deciso di varare una legge nazionale facendola precedere da un decreto d’ urgenza. Il provvedimento ha il merito di uniformare la legislazione in materia in tutte le regioni e di togliere, anche se non del tutto, la distinzione tra vaccini di serie A ( i 4 obbligatori) e di serie B ( tutti gli altri), ma ha creato diversi malumori non solo tra gli oppositori storici ma anche da parte di diversi esponenti dell’ area scientifica e culturale, come pure in ampi settori della società civile.  Risultano poco comprensibili i motivi per cui si sia fatto ricorso ad una decretazione d’ urgenza ed i criteri che sono stati adottati per stabilire quali vaccini includere e quali no.  Molti commentatori, non sospettabili di simpatie antivaccinali, hanno avanzato dubbi sull’ opportunità di varare una legge così drastica, in un momento in cui non esiste una minaccia tangibile per l’ intera collettività, con l’ unica parziale eccezione del morbillo. Negli ultimi anni si sono accumulati molti suscettibili per questa patologia, in altri paesi  ben controllata e che da noi continua a rappresentare un problema ponendo rischi importanti data l’ elevata infettività e le numerose complicanze. L’ epidemia del 2002 in Campania e regioni limitrofe, con 100000 casi, centinaia di ricoveri, decine di encefaliti e  8 morti rappresenta un precedente da non dimenticare. Una situazione analoga si sta verificando in questi mesi in Romania.  Per altre malattie il rischio appare al momento modesto, anche se è opportuno non abbassare la guardia e mantenersi costantemente vigili.  Non è chiaro perché siano stati esclusi vaccini importanti come il pneumococco, il rotavirus e l’ HPV, pur previsti dai nuovi LEA. Nessuna considerazione viene data  all’ influenza, questa si responsabile di un' emergenza che si ripete ogni anno e che nelle ultime stagioni, complice probabilmente un' invecchiamento della popolazione, ha comportato picchi di 15-25000 morti in eccesso. Mi riferisco in particolare alle stagioni 2011-12, 2014-15 e 2016-17.
Molti sono scettici riguardo a queste cifre ma si devono ricredere analizzando i dati dell’ ultima stagione. E’ impressionante vedere come le curve delle ILI e della mortalità
si sovrappongano, ambedue in anticipo rispetto agli anni precedenti e come il picco della mortalità segua di 2 settimane il picco delle ILI.  Ma da noi, si sa, l’ influenza è un problema solo per le componenti più svantaggiate della popolazione.
L’ impressione è che si sia presa una decisione non sufficientemente ponderata e dettata da eventi estranei alle logiche che dovrebbero guidare disposizioni che entrano  nella sfera delle coscienze e delle autonomie individuali e che possono essere causa di spaccature insanabili nell’ ambito sociale. Veramente non esistevano altre soluzioni? Ci si è interrogati fino in fondo su quali siano le ragioni vere di questo scetticismo così pervasivo e sugli strumenti più adatti per combatterlo?
Per quanto riguarda il primo aspetto, io credo che ci potevano essere delle soluzioni alternative, probabilmente altrettanto efficaci e certamente maggiormente proporzionate ai pericoli reali. Il rischio per la collettività è più potenziale che attuale e di questo si dovrebbe tener conto. Anziché adottare misure che vengono percepite come umilianti e lesive di diritti fondamentali, si potrebbe obbligare i genitori dissenzienti ad assumersi la responsabilità per danni diretti ed indiretti che dovessero derivare ad altri a seguito di una malattia trasmessa dai figli non vaccinati, esonerando lo stato da queste spese. Di più, si potrebbe pensare di far sottoscrivere un' assicurazione obbligatoria che copra gli stessi danni per ogni anno di frequenza della scuola dell’ infanzia e dell’ obbligo. E’ sempre un esborso di denaro, ma la norma sarebbe più giustificata e comprensibile e ciò la renderebbe più accettabile, se non dagli antivaccinatori ad oltranza, dalle frange dei dubbiosi. E' su questi che bisogna maggiormente puntare per far risalire i livelli di copertura. Se non funzionasse e se si verificassero situazioni critiche si può sempre fare ricorso alle misure più severe.
Vediamo adesso di capire come si è arrivati a questo punto. Il calo delle vaccinazioni viene fatto risalire al 2013,
in quanto a partire da quella data le curve hanno fatto segnare una flessione importante. Se guardiamo l’ andamento precedente, ad esempio per il morbillo, vediamo che la curva mostra un’ ascesa costante dal 2000 al 2007 e poi una sostanziale tenuta fino al 2012, dopo di che inizia il brusco declino. Se teniamo conto che le curve fanno riferimento alla situazione a 24 mesi di vita del bambino, il momento della caduta va retrodatato al 2011.  Sono quindi bambini nati nel 2011, concepiti nel 2010.  Cosa è successo in quegli anni nella testa dei loro genitori da minare così fortemente la fiducia nell’ importante strumento di prevenzione e da far perdere di credibilità alle nostre istituzioni?  Le associazioni dei contrari alle vaccinazioni usano un  armamentario ormai ben collaudato di argomenti per demonizzare i vaccini: sono tossici, ti fanno ammalare e servono solo a far arricchire qualcuno. Queste tesi dal 2010 in poi hanno però cominciato a fare più presa nell’ opinione pubblica, nella società, in diversi ambiti del mondo politico, nella magistratura e perfino tra gli operatori sanitari. Una conseguenza di questo clima si può ravvisare nelle sentenze della magistratura che, con il concorso di periti ugualmente condizionati, hanno portato a più riprese a riconoscere il nesso causale tra i vaccini e le malattie più improbabili, incrementando i dubbi nella popolazione.
Ci aiuta a capire quanto è successo un’ altra importante vaccinazione, quella per l’ influenza. E’ significativo che, così come è avvenuto per il morbillo e per le altre malattie,  ad una fase di progressiva crescita e ad una di mantenimento abbia fatto seguito, a partire dal 2010,
un repentino crollo che ha portato a perdere ca 16 punti in percentuale, con una ripresina solo negli ultimi 2 anni. Un crollo che non ha uguali negli altri paesi europei, con l’ eccezione della Francia. A questo punto le nebbie dovrebbero cominciare a diradarsi e dovrebbero emergere abbastanza nitidamente quelli che sono gli antefatti, ovvero gli avvenimenti che hanno portato alla situazione attuale.
La stagione 2009-10 è stata teatro di uno scontro senza precedenti sulla vaccinazione e tale da far impallidire anche quello a cui stiamo assistendo in questi giorni. In quel periodo non si parlava di obbligo, ma è stata varata una campagna di vaccinazione eccezionale determinata da circostanze che “obbligavano” ad interventi d’ urgenza per fronteggiare una minaccia molto più concreta e tangibile rispetto a quelle attuali. Ma anziché ad una mobilitazione responsabile della popolazione si è assistito ad uno sbandamento collettivo e ad una rivolta che ha riguardato non solo le frange estremiste ma, incredibilmente, ampi  settori della società, della cultura e della scienza. La più ambiziosa campagna di vaccinazione del dopoguerra è finita sotto la gogna mediatica per opera degli stessi che avrebbero dovuto promuoverla.
Ricordiamo brevemente i contorni di quella vicenda. Da una parte l’ annuncio della pandemia con grandi squilli di tromba e con un crescendo di proclami da parte di esponenti dell’ OMS che usufruivano di un’ insperata popolarità, dopo anni di inviti alla cautela e alla preparazione caduti in gran parte nel vuoto, per minacce che non sembravano mai concretizzarsi. Dall’ altra la popolazione mondiale che ha vissuto con trepidazione quello che sembrava l’ inizio di uno scenario catastrofico e che riportava alla mente gli avvenimenti tragici delle passate pandemie. In mezzo i governi nazionali che si sono affannosamente precipitati a tirare fuori da cassetti polverosi i piani pandemici e a dare le prime direttive, tra le quali spiccava l’ acquisto di ingenti dosi di vaccino. In Italia gli accordi con la multinazionale Novartis sono stati stipulati dall’ allora sottoministro Fazio e si è pensato, chissà perché, di secretarli. E’  stato questo il primo di tutta una serie di errori. Intanto i segni tangibili della catastrofe tardavano a materializzarsi, non si vedevano le cataste di morti sui bordi delle strade e pian piano ha cominciato a serpeggiare il dubbio, complice anche un vuoto di conoscenze su aspetti fondamentali dell’ epidemiologia e della storia della malattia. Dai malumori e dalle critiche alle accuse di brogli e di complotti il passo è stato breve e, grazie alla risonanza dei social media, le polemiche sono divampate finendo per condizionare pesantemente tutti gli avvenimenti successivi. E’ stata la prima pandemia dell’era digitale  e del web e ci si è resi conto di quanto le cattive informazioni viaggino veloci e come siano difficilmente contrastabili da una scienza che rimane aggrappata a strumenti di comunicazione obsoleti.
Diciamo subito che non si è trattato di una farsa, come ancora oggi molti sostengono, ma di una vera pandemia. Se fosse stata anche solo di poco più severa le nostre gracili difese sarebbero state spazzate via e adesso saremmo qui a lamentare un ben altro bilancio. Di questo non c’è tuttora consapevolezza. Per chi desidera approfondire l’ argomento consiglio la lettura dei miei articoli  qui, qui , qui e qui.
 Adesso mi interessa mettere sotto la lente quella che è  stata la risposta dei nostri organi istituzionali. 




 Un silenzio quasi irreale. Ricordo l’ estate del 2009, un periodo in cui l’ epidemia interessava prevalentemente i paesi dell’ altro emisfero e che si sarebbe dovuto sfruttare per lavorare sulla preparazione e sull’ informazione e che  invece è trascorso inutilmente, con pochi comunicati ufficiali che facevano da contrappunto alle voci dilaganti di fantomatiche cospirazioni a danno dell’ umanità. Al centro del maggior numero di polemiche i vaccini “sperimentali” che si era deliberato di proporre ad un numero molto elevato di soggetti ( ca 23 milioni). In effetti, contrariamente a quanto deciso negli USA, in Europa si è puntato sui vaccini adiuvati con il famigerato squalene, nome sinistro che ben si prestava a costruirci intorno le leggende più inverosimili. E’ stato questo il secondo errore, il fatto di non prevedere la reazione della gente di fronte a proposte calate dall’ alto senza un minimo di preparazione.
A settembre si registrano i primi casi gravi e mortali e tra la gente torna a serpeggiare l’  inquietudine. Con grande ritardo, il governo si decide a varare una campagna che avrebbe dovuto dare le informazioni di cui c’ era grande bisogno, ma sciaguratamente risponde solo all’ esigenza di tranquillizzare la popolazione.  Come testimonial viene scelta una figura carismatica e di grande prestigio: Topo Gigio.
Nel manifesto, con l’ immagine della popolare icona nazional-popolare, vengono illustrate le misure d’ adottare per affrontare l’ “emergenza”: 5 suggerimenti piuttosto scontati sui comportamenti da tenere senza che ci sia il minimo cenno alla vaccinazione. Già il titolo è indicativo di quello che è l’ orientamento, con lo slogan già ascoltato in precedenza che recita: “L’ influenza A è una normale influenza”. Chi si chiedeva perché i soggetti sani erano chiamati a vaccinarsi, si sentiva rispondere che era solo perché si temeva un gran numero di malati … Nelle statistiche riportate da altre parti del mondo emergeva chiaramente che una percentuale non irrisoria di  casi mortali, tra il 20 ed il 40%, riguardava persone sane di giovane età, molti di più tra quelli in condizioni critiche. I casi italiani erano invece invariabilmente persone affette da gravissime patologie … praticamente già morte … il virus si trovava a passar di lì per caso.  Agli antivaccinatori si è offerta una sponda insperata per  denunciare i milioni di euro spesi per vaccini non solo inutili ma equiparati ad una vera e propria arma di sterminio. Gli accordi secretati, le connivenze con Big Pharma ( la moglie del ministro Sacconi presidente di Farmindustria!) erano argomenti che venivano usati allora ( e lo sono anche oggi) per dimostrare i loro teoremi, che cominciavano a fare breccia nelle menti degli italiani. 
A fine ottobre la curva epidemica si impenna e con essa aumenta il numero di casi gravi e fatali. La gente torna ad interrogarsi sul significato di tali numeri. La risposta, data dal ministro Fazio in persona e ripresa dalle principali agenzie di stampa, è che i numeri dimostrano che l’ influenza A è più leggera delle influenze stagionali. Non importa che il ministro abbia fatto ( consapevolmente?) confusione tra morti ufficiali e morti stimate, il messaggio è stato dirompente. A questo punto non solo i soggetti sani ma anche quelli a rischio si domandano a che pro vaccinarsi, mentre  nel web ( e oramai anche nei dialoghi della gente di strada) soffiano sempre più impetuosi i venti della rivolta e dell’ invito alla disobbedienza. E qui succede l’ incredibile. Alle voci denigratorie dei tradizionali gruppi antagonisti  si uniscono, prima timidamente e poi con sempre maggior ardire, le dichiarazioni polemiche di molti esponenti del mondo politico, culturale e finanche scientifico. I toni possono essere diversi, ma i contenuti sono i medesimi, con le stesse accuse di falsa pandemia, di bufala studiata per arricchire Big Pharma e, in particolare, di pericolosità dei vaccini.  Molti uomini di scienza hanno condiviso queste tesi ( compresi quelli che oggi si stracciano le vesti per il calo delle vaccinazioni) e hanno contribuito, insieme all’ atteggiamento reticente delle nostre istituzioni, al risultato catastrofico della campagna di vaccinazione e all’ enorme danno di immagine che, negli anni a venire, si sarebbe ripercosso sulle importanti strategie di promozione della salute. Ricordo pazienti disorientati, affetti da patologie croniche, a cui lo specialista di turno sconsigliava vivamente la vaccinazione. Molti sono morti o sono stati costretti a ricoveri prolungati attaccati alle macchine salvavita, sia nel 2009 che negli anni successivi, falsamente rassicurati dalle informazioni ricevute. Ancora oggi molti specialisti ( reumatologi, ginecologi…) sconsigliano la vaccinazione influenzale ai loro pazienti. Ma non c’ è da meravigliarsi: tanti, troppi medici, per non contare tecnici ed infermieri, non si vaccinano per primi ( non solo per l’ influenza)  dichiarando di temere più il vaccino della malattia. 
Alla luce di questi avvenimenti, possiamo dare la colpa a tanti genitori se dietro al volto sorridente dei medici vaccinatori vedono le ombre terribili di Big Pharma e dei suoi lunghi tentacoli protesi verso i vertici e gli apparati della sanità in Italia?
E’  giusto adottare strumenti che vengono interpretati come una ingiusta persecuzione da parte delle famiglie e che fanno diventare i loro figli  due volte vittime, sia di genitori che mettono a repentaglio la loro salute sia di una società che li discrimina?
Siamo in un clima di scontro sociale che si sta facendo sempre più rovente, con norme percepite come liberticide, con  teste che vengono fatte rotolare in rapida successione creando dei novelli martiri, con la scienza usata come una clava. Un problema quale il calo delle vaccinazioni di questi ultimi anni, che avrebbe richiesto serie riflessioni e la messa a punto di calibrate contromisure, è finito per diventare l’ occasione per la madre di tutte le battaglie  in cui l’ obiettivo non è più l’ affermazione della verità ma l' annientamento dell’ avversario.  E’ questo che si vuole?
Cerchiamo piuttosto di fare ammenda degli errori compiuti e di ripartire dal dialogo e dalla persuasione dei dubbiosi. Per tenere a bada gli irriducibili è sufficiente una buona dose di ilarità.

domenica 29 novembre 2015

Influenza e mortalità







L’ influenza è una parola che è entrata nel gergo comune come sinonimo di una malattia che non comporta rischi particolari se non per soggetti deboli o defedati. Non è raro leggere notizie su persone decedute per quella che “sembrava una banale influenza”, perché di tutto si può morire ma non di influenza e, se proprio accade, ci deve essere qualche altra spiegazione. Ci vengono tramandate storie di grandi tragedie del passato, con i centinaia di  migliaia o milioni di vittime provocate dalle grandi pandemie del passato ma sembrano eventi remoti, più legati all’ arretratezza della società e della medicina dell’ epoca che alla reale pericolosità del virus. Un esempio lampante per molti è anche l' andamento dell’ ultima pandemia, in cui le paure erano evocate al solo scopo di ingigantire i rischi e gonfiare gli introiti delle case farmaceutiche ma non dipendevano da minacce reali. Tant’ è che molti, ancora oggi, ritengono che non sia stata altro che una colossale montatura.
Non è un caso che proprio a partire da quell’ evento ci sia stata una progressiva erosione nella fiducia in quel fondamentale strumento di protezione che è la vaccinazione, con percentuali di adesione scesi a livelli minimi. A poco valgono gli appelli, i moniti, le paure evocate (8000 morti all’ anno!) che hanno solo l’ effetto di rafforzare i sentimenti di avversione nei confronti di istituzioni sanitarie ritenute poco credibili, sentimenti troppo spesso condivisi da coloro che dovrebbero rappresentarle. Sono ancora troppi i medici che si sottraggono alla vaccinazione, venendo meno ad un obbligo di coscienza verso loro stessi e verso i pazienti a cui dovrebbero proporsi come modello.
Il problema è che in Italia l’ influenza è poco conosciuta per quelli che sono gli aspetti clinici e i risvolti epidemiologici. Su questi ultimi intendo focalizzare la mia analisi e le mie riflessioni di oggi.


L’ influenza non è solo responsabile dei classici malanni  respiratori che colpiscono una grande quantità di persone nel periodo invernale e rendono affollati gli ambulatori dei medici e i presidi di pronto soccorso. Può causare anche gravi forme di insufficienza respiratoria e multiorgano, quali quelle che hanno riportato le cronache degli ultimi anni a causa del virus pandemico. Non si limita ad attaccare l’ apparato respiratorio perché anche altri organi, come cuore, cervello e reni, possono essere bersaglio della sua azione. Inoltre facilita ed aggrava processi invasivi da parte di agenti batterici che si estrinsecano sotto forma di polmoniti, meningiti e sepsi. Infine, come la ricerca di questi ultimi anni sta mettendo in evidenza, ha un ruolo importante nell’ ambito delle patologie cardiovascolari.
Ogni anno l’ influenza determina un numero variabile di decessi a seconda della tipologia dei ceppi circolanti, delle caratteristiche climatiche stagionali, dei livelli di immunità preesistenti e/o indotti dalle immunizzazioni attive della popolazione. Quest' ultime possono però risultare insufficienti nei confronti di ceppi di nuova emersione, siano essi ceppi driftati o ceppi completamente nuovi come quelli che provocano le pandemie.  Vi sono due principali metodiche che valutano l’ impatto della malattia in termini di mortalità. La prima considera solo i morti che hanno avuto una diagnosi confermata con indagini di laboratorio. Questo metodo  è molto preciso ma ha un’ alta tendenza a sottostimare il fenomeno, soprattutto nei riguardi della popolazione anziana, in cui molti decessi avvengono per patologie concomitanti e in cui raramente viene ricercata la presenza del virus. Con questo sistema solo poche centinaia di casi vengono attribuiti annualmente all’ influenza.

 In realtà l’ influenza è ritenuta una delle cause maggiori dei picchi di mortalità che si registrano nel corso dei mesi invernali.
 Se analizziamo i grafici che rappresentano la mortalità nel corso dell’ anno notiamo che hanno l’ aspetto di onde con delle punte che corrispondono ai mesi invernali e degli avallamenti corripondenti a quelli estivi. Nei mesi invernali la mortalità aumenta, soprattutto a carico delle fasce più anziane della popolazione, per una serie di motivi:

- Le basse temperature. Vi sono studi che dimostrano che il freddo è in grado di aumentare la pressione arteriosa e l’ emoconcentrazione del sangue, con maggior rischio di fenomeni trombotici. Inoltre abbassa le nostre difese immunitarie.
- L’ inquinamento. E’ stata documentata una relazione lineare tra i livelli di pm10 e la mortalità.
- L’ aumentata circolazione degli agenti infettivi, tra i quali spicca l’ influenza.

A quest’ ultima, sulla scorta di ormai numerosi studi epidemiogici, è stato riconosciuto un ruolo importante nel determinare l’eccesso di mortalità della stagione invernale, in quanto si è visto che a ceppi più virulenti corrispondevano annate con più elevati livelli di mortalità.
 Per riuscire a documentare l' impatto dell' influenza sono stati elaborati vari sistemi statistici.  Già nel 1847 William Farr misurava l’ impatto dell’ influenza a Londra sottraendo il numero delle fatalità registrate durante un inverno relativamente libero da malattia a quelle di un periodo epidemico. Nel corso del 20° e 21° secolo sono stati elaborati via via metodi sempre più sofisticati, mediante l’ applicazione dapprima di strumenti di indagine statistica  e incorporando poi informazioni epidemiologiche relative alla effettiva circolazione virale.
I modelli statistici utilizzati possono essere molto diversi, si va da quelli più semplici costruiti con il metodo originale di Serfling che calcola una linea basale ( come la mortalità nei mesi estivi e nei periodi che subito precedono e seguono quello epidemico) e le variazioni rispetto ad essa, ad altri che ricorrono a tecniche più complesse di regressione multivariata controllando per eventuali variabili confondenti ( temperature, circolazione di altri virus) a stime che misurano l’ eccesso come variazione rispetto alla mortalità attesa sulla base dell’ andamento storico precedente. Tutti questi sistemi utilizzano differenti tipi di mortalità come fonte di dati. Negli Stati Uniti è consuetudine monitorare l’ andamento della stagione mediante il computo delle morti per Polmonite e Influenza o le morti per tutte le cause Respiratorie, Cardiovascolari e Cerebrovascolari mentre in Europa l’ approccio è basato sulle morti per tutte le cause.
Ogni metodo ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi. I metodi che includono cause alternative di morte come possibili confondenti son preferibili perché evitano una sovrastima. L’ eccesso di mortalità è espresso con intervalli di confidenza che indicano un limite minimo e uno massimo in cui è considerato altamente probabile che possa ricadere il valore reale.
Gli Stati Uniti, che sono pionieri nelle ricerche in questo campo e dispongono di un maggior bagaglio conoscitivo, stimano che tra il 1976-77 e il 2006-07 i decessi legati all’ influenza siano oscillati da un minimo di 3000 ad un massimo di 49000.


In Europa si è fatto un calcolo, estrapolando i dati americani, di una media di 38500 morti negli anni che vanno dal 1977 al 2009.

Un esempio emblematico della differenza dei due tipi di approcci, quello basato sul computo dei casi con diagnosi confermata e quello che dipende da un’ analisi statistica, si è avuto nel caso dell’ ultima pandemia. Le cifre ufficiali di questa parlavano di appena 18000 vittime a livello mondiale, rafforzando così le tesi complottiste e  negazioniste che ancora oggi prevalgono nell’ opinione pubblica, mentre meno risalto hanno avuto i risultati degli studi pubblicati negli anni successivi, quando le polemiche si erano ormai smorzate, che hanno messo in luce un bilancio almeno 10 volte più alto  e dando pieno riconoscimento ad un evento, che sia pure su scala minore, si situa legittimamente nel solco delle  pandemie del passato.
Tutti questi sistemi dipendono da un’ analisi retrospettiva dei dati raccolti nei tabulati statistici e richiedono diversi anni per essere completati. Negli USA già da molti anni è disponibile un sistema di sorveglianza rapida della mortalità basato sulle 122 principali aree metropolitane, che coprono 1/6 circa dell’ intera popolazione, che documenta settimanalmente ( con un ritardo di 2-3 settimane) sia la mortalità per tutte le cause, stratificata in base alle diverse fasce di età, sia per Polmonite e Influenza, che rappresenta un’ indice attendibile dell’ andamento della stagione.
In Europa, ma solo per quanto riguarda la mortalità generale e per un numero limitato di paesi e di aree regionali, è attivo da pochi anni ( dal 2008) un sistema di monitoraggio denominato EuroMOMO,  che pubblica su base settimanale i propri dati. E’ grazie ad esso che si è potuto documentare un importante eccesso di mortalità nel corso dell’ ultima stagione in diversi paesi, tra cui Francia, Inghilterra e Svizzera, che ha caratterizzato una stagione dominata da ceppi di nuova emersione e non contenuti nel vaccino dello scorso anno.
L’ Italia al momento, pur aderendo al progetto, non contribuisce con propri dati e questo è un handicap importante perché non ci permette di avere un quadro in tempo reale di come stia procedendo la stagione. Questo ritardo ha implicazioni non solo su di un piano strettamente conoscitivo, ma anche in un ambito culturale più ampio, perché si traduce in una  popolazione e una classe medica italiana meno consapevoli delle minacce attuali e meno preparate a gestire emergenze future.



venerdì 6 novembre 2015

Il Novembre Nero nella città di Christchurch






Il professor Geoffrey Rice ha scritto un libro intitolato "Novembre Nero : la
pandemia del 1918 in Nuova Zelanda".
Quello che segue è il resoconto di una conferenza che il professore ha tenuto il 29/11/2005 nella citta' di Christchurch, che si trova nell' Isola del Sud della Nuova Zelanda. Questa cittadina di 90000 anime  fu teatro della pandemia del 1918, come il resto della nazione e del mondo, ma e' riuscita, con un minimo di organizzazione, a limitare i danni. Ho trovato la conferenza di questo professore molto istruttiva. La propongo  per
chè è importante essere consapevoli della propria storia locale e perchè penso che dal passato ci sia sempre da imparare.
 
E' meglio essere preparati e non avere una pandemia che avere una pandemia e non essere preparati



Il mio primo lavoro sul influenza del 1918 fu proprio qui a Christchurch, un pezzo di storia medico-sociale locale. Ho trascorso le mie vacanze intervistando i sopravvissuti nelle case di riposo, lavorando sui registri di morte e sui giornali dell' epoca. Ero affascinato nello scoprire che delle persone sono morte di influenza nel 1918 nel luogo preciso in cui sono cresciuto, a Waltham. Conoscevo bene le case dove avevano perso la vita; ci passavo davanti tutti i giorni per andare a scuola. Tutto questo rendeva tali storie come una parte della mia vita, le rendeva in qualche modo molto vicine e personali.
Una cosa che mi interessava dell'influenza del 1918 era l'enorme impatto che doveva avere avuto sulle giovani famiglie, perché quell' influenza è stata un vero capovolgimento nell' ambito della storia delle pandemie. L'influenza normalmente uccide solo i più piccoli o i più vecchi. Ma la cosiddetta influenza spagnola del 1918 prendeva di mira i giovani adulti nel pieno della vita, di età compresa tra 25 e 45 anni. Non sappiamo ancora esattamente perché si sia comportata in questo modo. Ora che conosciamo la sua struttura genetica, il virus H1N1 ci sembra molto ordinario. Era in realtà più vicino all' influenza suina che all' influenza aviaria, ma questa è un'altra storia. Mi chiedevo quanti orfani deve aver lasciato? Dal momento che si trattava di una ricerca a cui dedicavo il mio tempo libero, insieme ad altri miei doveri di insegnamento della storia europea, "Novembre Nero" ha richiesto quasi un decennio per arrivare alla fine. Il mio capo di dipartimento ha tentato di dissuadermi, dicendo che dovevo andare avanti con la mia ricerca europea. Ora sono molto contento di aver perseverato con l'influenza quando molte altre cose stavano accadendo nella mia vita. Quello che mi spingeva a continuare era l'enorme interesse che la gente dimostrava ogni volta che dicevo che stavo lavorando sull'influenza del 1918. Chiaramente, per un sacco di famiglie e individui neozelandesi era la cosa più importante che sia mai accaduta nella loro vita. Ha cambiato la direzione della loro vita ed alterato la loro probabilità di sopravvivenza. Questo era ancora più vero nella società Maori; l'influenza del 1918 è stata come un taglio di spada che ha lacerato il tessuto del tempo. Come Sir Tipene conosce bene, per il popolo Maori gli eventi fanno data a seconda che siano avvenuti prima o dopo l'influenza del 1918, talmente importante è stato per loro questo evento. Presto mi resi conto che questa era una storia davvero importante per la gente comune e non solo per gli storici accademici. Ma ora che ho iniziato a parlare circa l'influenza del 1918 è giunto il momento di passare alla seconda parte, che è la parte principale di questa conferenza.

Così, come ha fatto Christchurch ad affrontare la pandemia del 1918?

Chiaramente sarebbe impossibile dare una risposta esauriente a questa domanda nei prossimi venti minuti. Perché richiederebbe un altro libro! E nel mio archivio personale presso l' Università ho materiale più che sufficiente per scrivere un altro libro, solo su Christchurch e l'influenza del 1918, se qualcuno si prendesse la briga di pubblicarlo. Nel frattempo, vi posso rimandare al capitolo 5 di “Novembre Nero” per un breve profilo. Una conferenza come questa non mi permette di eviscerare tutti gli aspetti della pandemia del 1918 nel mondo. Ancora una volta, vi rimando a “Novembre Nero”. In questa parte del discorso posso solo fare uno schizzo di quello che è successo a Christchurch durante l' influenza del 1918 ed evidenziare quello che ha fatto il Consiglio di città, che è l' aspetto che mi sembra più appropriato per questa serie particolare di lezioni.
Un sacco di gente qui a Christchurch discuteva dell'influenza durante l' ottobre 1918, ma eravamo nella coda della prima ondata di una pandemia che sembrava tutto sommato lieve. C'era stato un focolaio di influenza grave tra gli ospiti del Christ’s College nel mese di ottobre, con 127 ragazzi malati, alcuni con polmonite, ma non c'erano stati morti. Una dozzina di infermieri all'ospedale di Christchurch diede forfait con l'influenza e ci fu un sacco di assenteismo presso l'ufficio postale e tra il personale addetto alle tramvie. C'erano lettere sui giornali di gente preoccupata o di altri davano consigli, come olio di ricino, impacchi freddi, chinino e aspirina. Una lettera che è stata ripresa da molti altri giornali era tratta da 'Old Medico', che raccomandava la birra, in dosi regolari, per scongiurare il male influenzale o per aiutarvi a superarlo. Questo è stato probabilmente il caso del vecchio Dr Lester a Latimer Square. Durante l'influenza del 1918 teneva un barile di birra presso la porta sul retro e ha incoraggiato i suoi pazienti a portare una caraffa per attingere gratuitamente. Molto buona per  persone in convalescenza, la birra in quei giorni era più simile a birra di malto (io stesso sono un uomo da Guinness).

Un sacco di gente di quel tempo e anche dopo crede che la seconda grave ondata di pandemia del 1918 sia stata portata in Nuova Zelanda dalla nave passeggeri Niagara, che stava riportando il primo ministro Massey e Sir Joseph Ward di ritorno da una conferenza imperiale. Non ho tempo di soffermarmi su questo dibattito – ma vi assicuro che è un mito – leggete il capitolo otto di “Novembre Nero”. E' di gran lunga più probabile che l' infezione sia stata portata dalle truppe che rientravano nel mese di ottobre, quando centinaia di soldati si disseminarono in lungo e in largo per il paese.
Quando la seconda grave ondata ebbe inizio ad Auckland alla fine di ottobre, il Ministero della salute fu colto completamente di sorpresa. Non esisteva nessun piano d' emergenza, perché nessuno si sarebbe mai aspettato che l' influenza potesse essere un simile killer. All' epoca non era neppure una malattia soggetta a denuncia. C'erano solo dodici persone in servizio presso la sede del dipartimento di salute a Wellington, la maggior parte degli alti funzionari del dipartimento erano assegnati all'esercito, nei grandi campi di Trentham e Featherston.  L' ufficiale capo si trovava all'estero e il suo vice era così occupato ad affrontare l' epidemia ad Auckland che nessuno pensò di mettere in quarantena l' Isola del Sud. Eppure sarebbe stato così facile: bastava fermare i traghetti che facevano la spola fra le isole. In effetti c'era una grave mancanza di pianificazione e di leadership nel dipartimento sanitario proprio all'inizio dell' influenza del 1918.

Christchurch è stata fortunata ad avere un ufficiale sanitario capace e vigile nel 1918. Il dottor Herbert Chesson non rimase ad aspettare istruzioni da Wellington, ma si recò dal sindaco, Henry Holland, il giorno 6 novembre e chiese al Consiglio della città di iniziare una pulizia generale, la rimozione dei rifiuti e di spruzzare disinfettante su sentieri e strade della città. Ricordate che nel 1918 nessuno sapeva dell' esistenza dei virus. La gente credeva che l' influenza fosse causata da batteri o germi. Quindi il solo strumento di prevenzione consigliato dal dipartimento di salute era un erogatore di soluzione di solfato di zinco al due per cento, un sorta di primitivo disinfettante orale, per uccidere qualsiasi microrganismo in bocca, naso e gola. Il dottor Chesson aveva solo uno di questi erogatori e lo inviò a Lyttelton per trattare tutti i passeggeri che provenivano dalle zone Maori diretti a Christchurch. Inoltre si è recato dall'ispettore Dwyer e ha chiesto alla polizia di far rispettare la legge contro gli sputi nei luoghi pubblici. Ma tutto questo lo fece di sua iniziativa. Non ci furono istruzioni ufficiali da Wellington fino alla seconda settimana di novembre, perché tutti i funzionari della sanità erano occupati a Auckland. E quando i telegrammi cominciarono ad arrivare erano contrassegnati come “confidenziali”, così che il Dottor Chesson non era sicuro di poter informare il sindaco o il Consiglio comunale o chiunque altro su quanto stava succedendo ad Auckland. Ma almeno il Ministro della Salute aveva pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il decreto che rendeva l' influenza una malattia soggetta a denuncia il 7 novembre e il dottor Chesson ordinò immediatamente che tutte le scuole a Canterbury restassero chiuse e i bambini rimanessero a casa. Quello fu l'inizio della più lunga vacanza estiva che i bambini abbiano mai avuto! ordinò la chiusura di tutti i cinema, teatri e luoghi di intrattenimento in modo che da nessuna parte la gente potesse riunirsi e diffondere l'infezione. Ha anche organizzato o improvvisato alcune erogazioni pubbliche di disinfettante, come presso le officine ferroviarie ad Addington. Una delle prime venne realizzata in una stanza al piano rialzato del MED in Manchester Street, ma ben presto si rivelò del tutto controproducente, in quanto le persone in coda sulle scale starnutivano e tossivano l' una addosso all' altra. Allora venne trasferita in un capannone di fronte alla strada, dopo di che il Consiglio Comunale allestì un impianto più grande nel capannone delle bici dietro il palazzo del governo, a Worcester Street. C'è una foto di questa struttura nel mio libro, a pagina 117.

Quindi Christchurch fu fortunata ad avere un ufficiale sanitario attento ed intraprendente in queste prime fasi. Ma Christchurch fu sfortunata per il periodo in cui si manifestò l' epidemia. L'influenza del 1918 non avrebbe potuto scegliere un momento peggiore per venire a Christchurch, perché la prima settimana di novembre è la settimana delle manifestazioni pubbliche, con lo spettacolo A&P ad Addington e la grande corsa dei cavalli all' arena Addington e all' Ippodromo di Riccarton.
Il venerdì, naturalmente, era Giornata del Popolo e festa provinciale a Canterbury. In quei giorni, centinaia di scommettitori venivano a Christchurch dall' Isola del Nord e da tutta l' Isola del Sud solo per le gare, mentre centinaia di famiglie contadine a Canterbury festeggiavano durante quella settimana la loro festa annuale e si recavano in città per gli spettacoli e per le gare. Alberghi e pensioni erano sempre pieni durante quella settimana. Era un terreno ideale per la diffusione del nuovo virus influenzale. Quel novembre del 1918 era un momento speciale anche per un altro motivo, perché si aspettava quasi ogni giorno l' annuncio della fine della grande guerra e venerdì 8 novembre si era sparsa in fiera la notizia che era stato firmato un armistizio. Una folla si radunò intorno alla banda di ottoni di Derry per festeggiare ma, mentre passavano, non c'era ancora nessuna conferma ufficiale.
L' aria calda del nord fu improvvisamente sostituita da un aria fredda e umida proveniente da sud; una vecchia signora che ho intervistato mi ha detto che si era vestita in abiti eleganti per le gare e fu sorpresa dal cambiamento, tanto da sentirsi intirizzita nella pelle durante l'attesa per un tram a Lincoln Road. Quello è stato l'inizio dell' influenza per lei e per altre centinaia di persone a Christchurch. Altri testimoni che erano stati alle corse ricordano di aver visto persone crollare ed essere portate via dai barellieri della St John Ambulance. Una signora mi ha detto che la toilette delle donne sembrava un' infermeria per le vittime di guerra, con i corpi che si trovavano ovunque, anche sul pavimento. Questa influenza ha colpito improvvisamente ed era dieci volte peggio di un' influenza ordinaria. Le persone crollavano improvvisamente e perdevano conoscenza. Altri sopravvissuti mi hanno raccontato che si sentivano abbattuti e sono rimasti a letto ammalati e deliranti per giorni e giorni.

Il dottor Chesson disse in seguito alla Commissione Epidemica che l'influenza a Christchurch ebbe inizio durante la settimana dei festeggiamenti e decollò nel fine settimana successivo. Gli hotel della città cominciarono ad avere l' aspetto di ospedali da campo, con letti nei corridoi e personale stremato. La situazione all'ospedale era ancora peggio, perché molte infermiere si ammalavano con l'influenza man mano che il numero di nuove ammissioni si impennava. Incredibilmente, quando l' 11 di novembre arrivò la notizia ufficiale dell'armistizio, la città si riversò in piazza per un raduno. Il giorno 12 novembre era una calda e luminosa giornata di sole e centinaia di persone in piazza festeggiavano la fine della guerra che avrebbe posto fine a tutte le guerre. Un corteo di carri e auto decorate, programmato da diverse settimane per questo evento, si tenne come previsto nonostante le proteste del dottor Chesson. La folla si attardò nella piazza anche molto tempo dopo che la parata era finita e le persone poi si riversarono nei pub per festeggiare. Prima di sera alcuni dei festaioli erano ubriachi e iniziarono a lanciare fuochi d'artificio nel triangolo di High Street. Le persone malate di influenza all' hotel United Service si lamentarono e la polizia venne chiamata per sedare gli animi. Nel mio libro si può leggere dei disordini che scoppiarono in Hereford Street.

A Christchurch i ricoveri influenzali raddoppiarono in tre giorni per raggiungere i 145 entro il 14 novembre, con la metà delle infermiere messe fuori gioco dall' influenza. La situazione era penosa, ma non si arrivò mai al caos completo descritto in seguito da alcuni commentatori. L'ospedale fu fortunato in quanto il dottor Fox, il dirigente medico, aveva preso l' influenza in forma mite nel mese di ottobre e sembrava immune nei confronti della seconda grave ondata. Più tardi nel mese di novembre crollò per l' esaurimento e la stanchezza, ma ci fu qualcun altro a prendere il suo posto. Un medico militare, il colonnello Wylie, era appena arrivato per realizzare un nuovo reparto ortopedico per soldati feriti e aveva grande esperienza di ospedali militari sovraffollati in Francia e in Inghilterra. E' stato anche uno degli organizzatori di Nature. Assunse la direzione dell' ospedale e gestì gli organici ampiamente limitati del personale infermieristico. Oltre la metà dei decessi per influenza di Christchurch avvennero in ospedale e quasi tutti i certificati di morte portano la firma del dottor Wylie. Il dottor Fox prese una decisione contraria rispetto alla politica di dispersione utilizzata a Wellington e in altre città, dove scuole e sale parrocchiali furono frettolosamente allestite come ospedali temporanei o di emergenza. Il suo punto di vista era che, dal momento che le infermiere stavano cadendo come birilli, era meglio tenere tutti i casi gravi in un unico luogo dove ci sarebbe stato sempre qualcuno disponibile a prendersi cura di loro, piuttosto che disperdere le infermiere intorno alla città dove avrebbero potuto ammalarsi senza che nessuno potesse sostituirle. L' ospedale principale era stracolmo e il 16 novembre il Dipartimento di Sanità e il Consiglio comunale requisirono il Royal Hotel, vicino a Oxford Terrace, come un ospedale supplementare. Oltre 100 casi meno gravi furono trasferiti lì, ma si registrarono comunque diciannove morti al Royal.

Entro metà novembre Christchurch era davvero nella morsa dell' influenza. Così tante persone erano costrette a letto che i negozi, gli uffici e le fabbriche o adottarono un orario ridotto o chiusero completamente. Un uomo che ho intervistato mi ha detto che era in via Colombo al culmine di influenza e avrebbe potuto sparare con una pistola in entrambe le direzioni e non avrebbe colpito un'anima viva.
Le strade erano deserte e la città intera divenne come una città fantasma.
Il governo locale giocò un ruolo importante nella gestione dell' influenza del 1918 in Nuova Zelanda.
Quando l' ufficiale medico di Wellington fu messo fuori gioco dall' influenza, il Ministro della Sanità prese in mano la situazione e il 12 novembre inviò un telegramma a tutti i sindaci e presidenti dei consigli di contea in tutto il paese, per definire un piano d'azione per far fronte con l'influenza a livello locale. Questo è avvenuto, si badi bene, due settimane dopo l'inizio dell' epidemia mortale a Auckland. Il sindaco Henry Holland convocò una riunione pubblica all'aperto a Christchurch il 14 novembre, davanti agli uffici comunali, a cui parteciparono i sindaci dei borghi adiacenti come Riccarton, Woolston e New Brighton. Ben presto decisero di istituire un ufficio centrale nella piazza sotto il controllo dell' Infermiere Maude, fondatore del movimento locale degli infermieri. Il resto della città venne divisa in sezioni o blocchi, sulla base della suddivisione per la raccolta fondi in tempo di guerra da parte della Croce Rossa. Una delle principali differenze tra allora e oggi è che la Nuova Zelanda era in guerra nel 1918. Tutto il paese era organizzato per lo sforzo bellico. Alla gente era stato inculcato che tutti dovevano essere coraggiosi e fare la loro parte per lo sforzo bellico. Christchurch aveva anche una élite con alto senso civico ed inoltre era una città abbastanza piccola, poco più di 90.000 persone, in cui tutti conoscevano i loro vicini e in cui i cittadini più rappresentativi si conoscevano almeno di vista. Il consiglio comunale inizialmente istituì 31 settori e il sindaco mise avvisi sui giornali sollecitando un incontro pubblico di volontari per il giorno successivo. Ma non c'era stato un sufficiente preavviso e in alcuni settori nessuno rispose. Tuttavia la maggior parte dei settori avevano abbastanza volontari per formare la base di un comitato locale e, dal momento che le scuole erano state chiuse, un buon numero di volontari erano insegnanti della scuola, che sono stati utilizzati per scopi organizzativi e per tenere i registri. Furono eletti comitati locali sul posto e squadre di volontari iniziarono ad andare di strada in strada a bussare alle porte per vedere quante persone avevano l'influenza e se ci fossero casi gravi che richiedessero di essere trasportati in ospedale. I comitati istituirono i loro quartieri generali nelle scuole e nelle sale parrocchiali o dovunque ci fosse a portata di mano un telefono. Da queste sedi avrebbero telefonato all' Ufficio Centrale e chiamato un'ambulanza o un automobile per raccogliere i casi gravi polmonari della loro località.



C' erano appena due ambulanze a motore a Christchurch nel 1918, per cui il consiglio comunale decise di requisire dei furgoni da aziende di tendaggi come Beaths e Ballantynes per raccogliere le barelle.
L' associazione automobilistica Canterbury era una delle più grandi e attive in Nuova Zelanda nel 1918 e non meno di 264 membri offrirono la propria auto e se stessi come autisti. L'ufficio centrale assegnò una mezza dozzina di auto ad ogni zona. In un primo momento era tutto un pò caotico, ma l'idea del sistema dei settori era di evitare sovrapposizioni e sprechi di tempo e fatica. I medici vennero assegnati a ciascun settore e chiesero di andare nelle case dove si trovavano i casi di influenza e la maggior parte dei medici di Christchurch fu felice di lavorare all'interno di questo sistema. Al contrario, a Wellington più della metà dei medici andò KO con l'influenza e il resto si rifiutò di essere confinato in un unico settore, per cui ci fu un sacco di sovrapposizione e di energie sprecate. Wellington finì con il tasso di mortalità peggiore tra i centri principali.
I medici di Christchurch presto dichiararono che alcuni dei settori erano troppo piccoli, per cui il 18 novembre ci fu una grande riunione con i vari leaders e i medici e si raggiunse l' accordo di concentrare la suddivisione in soli 15 settori, la metà del numero originale. Parte del problema era che non c'erano abbastanza volontari per coprire i turni di giorno e di notte. I volontari avevano anche le loro famiglie da seguire. Questa è una lezione utile del 1918; il problema dell' affaticamento dei volontari.

Ora posso vedere alcuni di voi che si stanno appisolando e appaiono troppo affaticati! Così penso sia meglio fermarsi. Nelle mie lezioni presso l'Università di solito prendo una pausa a questo punto, per mostrare le diapositive che illustrano di che cosa sto parlando. Non ho intenzione di farlo stasera, perché non mi fido della tecnologia. Ho visto troppe relazioni afflosciarsi perché power point non funzionava, le foto sarebbero tutte in bianco e nero e in ogni caso sono tutte nel libro... questo è un altro incentivo per andare a comprarlo!
Per darvi una pausa, voglio chiedere un favore, una favore importante. Voglio che tutti voi vi giriate e stringiate la mano con la persona che sta accanto a voi e gli diciate ciao. Adesso dall' altra parte. Sì, siete bravissimi. Basta dire ciao. No, Signore, non vuole sapere che cosa avete mangiato a colazione. Ora vi state tutti domandando: di che cosa si tratta? Beh, una lezione che dovete portare a casa da questa conferenza è che dovremmo tutti imparare a conoscere i nostri vicini, perché se siamo colpiti da un altra grande pandemia come quella del 1918, potrebbe essere il tuo vicino di casa che ti salva la vita. Tornerò su questo punto nell'ultima parte della lezione. Beh, tutti voi vi siete presi una pausa e... guarda un pò, non c' è neppure bisogno di un KitKat! Non dimenticate di lavarvi le mani più tardi. Ora andiamo avanti con la storia.

In termini di organizzazione, quanto bene si è comportata Christchurch?

Nel complesso, direi, abbastanza bene. In un primo momento ci sono stati tentativi ed errori, ma entro il 18 novembre se la sono cavata abbastanza bene ed il sistema ha funzionato. Ma il punto debole è stato l'ufficio centrale nella Piazza. L' infermiera Maude venne inondata di telefonate da parte di persone che le chiedevano di venire ad assistere ai loro cari, in quel preciso momento! Ecco una lezione per una futura emergenza sanitaria: non bisogna concentrare troppe responsabilità su un individuo chiave. Molto meglio avere squadre affiatate dove tutti sanno in che cosa consiste il loro lavoro. Quindi se qualcuno cede, c' è qualcuno pronto a prendere il suo posto. Nel 1918, quando l' infermiera Maude venne meno a causa della malattia, l'ufficio centrale venne trasferito presso il negozio della Croce Rossa accanto all'ufficio postale e il Bazar Patriottico venne trasformato in un deposito di medicinali.
Si tratta di una delle foto più spesso riprodotte dell' influenza del 1918 a Christchurch. È a p. 137 del mio libro. Così insieme a bottiglie di rimedi standard per l' influenza, nel kit del dottore ci potevano essere piccole bottiglie di liquori, brandy o whisky, come pure stimolanti per convalescenti. Ricordate, i pub vennero chiusi il 15 novembre, per la gioia del movimento degli astemi e lo sgomento dei bevitori regolari. Quindi il rimedio standard per l' influenza era molto popolare! E, mi chiedo, quanti percorrevano regolarmente la strada che portava alla botte di birra del dottor Lester a Latimer Square?

Christchurch organizzò anche il sistema di inalazione di gran lunga migliore di qualsiasi altra città della Nuova Zelanda. Qualcuno notò che il sistema di frenatura ad aria compressa sui tram poteva essere collegato agli spruzzatori di solfato di zinco. Il presidente delle tranvie, John Barr, prese l'idea con entusiasmo e ci furono sei tram convertiti il 12 novembre. L'idea fu quella di riempire la macchina con vapore, quindi le persone accedevano da un' entrata, camminavano lungo il corridoio respirando il vapore, per poi uscire dalla parte opposta, senza alcun bisogno di restare in coda. Il Consiglio delle Tranvie alla fine disponeva di 22 tram di inalazione in uso, disposti nelle stazioni capolinea fuori nei sobborghi come pure nel centro della città. Alcune persone andavano ogni giorno a fare il loro 'puff preventivo' e giuravano che era per questo che non avevano mai preso l'influenza. A prescindere dalla reale efficacia di una simile terapia, Christchurch l' ha perfezionata a regola d' arte.

Il Consiglio comunale aveva l' incarico di questi tram di inalazione. La maggior parte del personale erano dipendenti del Consiglio comunale che hanno organizzato le forniture di solfato di zinco da Stevens e Co. o Kempthorne Prossers. L'intero sistema era controllato dall'ispettore sanitario capo del Consiglio, il signor Nicol che, nonostante tutti i fumi che deve aver inalato, più tardi si è beccato l' influenza egli stesso. Sono felice di comunicare che ha fatto un buon recupero, così come la maggior parte della gente che ha preso l'influenza in 1918.
Altrettanto meritevoli come i volontari della Croce Rossa e gli addetti alle ambulanze di San Giovanni, gli aiutanti più in mostra a Christchurch durante l'influenza del 1918 furono i Boy Scouts. Come la Croce Rossa, che è un'altra notevole istituzione neozelandese, che è stata avviata a Canterbury. I Boy Scouts portavano i messaggi e aiutavano con le ricognizioni porta a porta.








Il tributo di morte in Christchurch è salito il 19 novembre a 48 morti solo in quel giorno. La situazione all' ospedale era drammatica, con 43 corpi in attesa di sepoltura e le onoranze funebri della città sovraccariche di lavoro. Il Consiglio comunale quindi intervenne fornendo camion e autisti per smaltire l' arretrato e convogliare le bare verso i cimiteri di Linwood e Bromley.

Dopo il picco di morti raggiunto il giorno 19, il bilancio ebbe una caduta repentina e si limitò a pochi casi agli inizi di dicembre. La mortalità peggiore era durata solo tre settimane. L'ospedale registrò 722 ammissioni e 232 morti per influenza, che equivale ad un tasso di mortalità del 32 per cento. Considerando che la maggior parte di questi avevano quadri piuttosto avanzati, è una prestazione lodevole per quei tempi che precedevano l' era degli antibiotici, quando avevi solo il 50% di possibilità di sopravvivere alla polmonite. I medici stimano che almeno metà della città abbia preso l'influenza nel novembre 1918 e abbia dovuto rimanere a letto. L'altra metà, che forse si era immunizzata con l' ondata più lieve che aveva preceduto la pandemia, venne impiegata nell' assistenza ai malati nelle loro case.
Il tributo di morte finale per Christchurch fu di 458 vittime, che equivale ad un tasso di mortalità del 4,9 per mille, o poco meno di mezzo punto per cento. Wellington era quasi a 8 per mille e Auckland a 7,6 per mille. Dunedin stava leggermente più in basso, con solo il 3,9 per mille. Il tasso di mortalità di Christchurch è stato ben di sotto della media nazionale per la popolazione europea di 5,8 per mille. Giusto per mettere questo nella prospettiva, il terremoto di Napier del 1931 uccise 256 persone. Uno dei peggiori disastri della Nuova Zelanda. Ebbene, l'influenza del 1918 ha ucciso quasi due volte quel numero, qui in Christchurch, in poche settimane; ad Auckland i morti sono stati 4 volte superiori rispetto al terremoto di Napier. La mortalità totale per l' influenza in Nuova Zelanda fu di 8.500 – che è quasi la metà del numero di caduti nei quattro anni della prima guerra mondiale. Dovremmo fermarci un attimo e riflettere su tutte quelle giovani vite andate perdute, durante la grande guerra e la grande influenza. Erano tutti figlio o figlia di qualcuno, fratello o sorella di qualcuno, coniugi di qualcuno, mamma o papà di qualcuno.

Una volta che l'emergenza medica iniziale era finita, con la ricerca dei casi peggiori e il loro trasporto in ospedale, ci fu un diverso tipo di crisi che attenagliava la città. C'erano migliaia di persone convalescenti dall' influenza, che erano ancora troppo deboli per badare a se stessi. Si tratta di una fase sul quale il corrente piano pandemico non dice molto, ma sono stato contento di vedere il Ministero dello sviluppo economico l'altra settimana per iniziare a disegnare scenari possibili nel caso di un' estesa perturbazione sociale ed economica, dovesse la prossima pandemia risultare così nefasta come nel 1918. Era un brutto virus quello del 1918: i sopravvissuti mi hanno raccontato che li ha prostrati per lungo tempo in seguito. Alcune persone avevano perso tutti i loro capelli e le unghie a causa della febbre alta o hanno avuto ingenti perdite di sangue dal naso o hanno vomitato sangue. Sono stati fortunati ad essere sopravvissuti. Ma i sopravvissuti ora dovevano essere nutriti. I soccorritori trovarono molte famiglie con armadi vuoti. In quei giorni in cui non esisteva nessuna indennità di disoccupazione, con il capofamiglia senza lavoro, non c' era nessun salario e nessun cibo da poter acquistare. Così il Consiglio comunale ancora una volta prese l'iniziativa di istituire mense in vari luoghi;
allo showroom dell'azienda del Gas (dove ora sorge l' Hotel Rydges), al Centro di Formazione Manuale di Sydenham e in alcuni collegi a St Margarets e a Girls High. Queste cucine vennero rifornite dai macellai e rivenditori di frutta e verdura e producevano zuppe che i Boy Scouts si premurarono di portare a quelle famiglie che avevano più urgente bisogno di aiuto. Il Consiglio comunale assicurò il pagamento ai fornitori e più tardi richiese i soldi al governo centrale. Il dottor McTurk e il sindaco possono anche decidere di non prestare ascolto, ma un'altra lezione da 1918 è che le pandemie sono disastri estremamente costosi. Se ne abbiamo un altra, non aspettatevi che il vostro bilancio sia in pareggio per quell' anno!

Ci sono molti altri aspetti dell'organizzazione della città volti a far fronte all' influenza del 1918 che non ho tempo di descrivere questa sera, ma forse un' altro merita una menzione, per finire questa parte principale della lezione. Con le scuole chiuse e tanti bambini apparentemente immuni all' influenza, qualcosa doveva essere fatto per quelli che non avevano la necessità di prestare le loro cure ai genitori colpiti. L'architetto Samuel Hurst Seager organizzò un campo all'aperto nel parco di Sydenham, con giochi, gare, spettacoli ogni giorno e tendoni dove era possibile dare ai bambini il pranzo. Ha funzionato con un sistema a biglietto, rilasciato dai medici o dal comitato di soccorso. Ricordo di aver intervistato un vecchio ragazzetto il cui padre era un vigile del fuoco presso la stazione dei pompieri di Sydenham: lui e i suoi compagni avevano una banda che raccoglieva i biglietti da famiglie che non li avevano usati e si mettevano in coda per avere gratuitamente zuppa, gelatine e crema pasticcera. Ciò fino a quando sua madre venne a saperlo e gli diede un ceffone dicendo: ' la minestra è per i bisognosi, non per gli avidi!' Non ha mai dimenticato quel ceffone! Il centro per l' infanzia all'aperto funzionava molto bene, fino a quando le tende furono abbattute da una grandinata alla fine di novembre. Ma allora la fase peggiore dell' influenza era fortunatamente superata, le persone erano tornare a lavorare e la città stava cominciando a riprendere a vivere di nuovo.

Questo ci porta alla domanda finale: Christchurch potrebbe ripetere la stessa esperienza se si realizzasse un altra epidemia di influenza così terribile come quella del 1918?

Quando venne intervistata dalla Commissione Epidemica nel 1919, l' infermiera Maude fu d' accordo con il giudizio dei Commissari che Christchurch, qui cito le parole precise, 'sia stata all' altezza della situazione'. Non ci fu mai carenza di volontari o automobili, come a Wellington. Ci fu si una certa sovrapposizione di ruoli e qualche energia dispersa, ma nel complesso l'opera di soccorso funzionò bene e, aggiunse, da tutte le lezioni pratiche apprese nel novembre 1918 la città sarebbe stata in grado di fare ancora meglio se l'influenza fosse ritornata. Beh, felicemente non tornò nel 1919, nel 1920 né mai più. Ma temo che molte di quelle semplici e pratiche lezioni di organizzazione siano state bellamente ed effettivamente dimenticate qui a Christchurch e che se si verificasse un'altra crisi di salute pubblica come quella del 1918 ci saranno ancora una volta un sacco di tentativi e di errori che ci costringeranno ad imparare la lezione daccapo e in un contesto diverso. Sono stati tali i cambiamenti nella società neozelandese rispetto al 1918 che non possiamo essere troppo ottimisti e ritenere che la città possa esssere ancora una volta all' altezza nello stesso modo. Il virus potrebbe comportarsi diversamente. Potrebbe non essere tanto letale quanto l'influenza del 1918. Ma c'è una possibilità che possa risultare anche peggiore. Questo virus H5N1 è molto brutto. Finora ci sono stati oltre 120 casi umani e la metà di loro sono morti. Se il virus impara a diffondersi direttamente da uomo a uomo e uccide allo stesso ritmo, ci sarà una ripetizione della Morte Nera, quando metà delle popolazioni di Italia ed Inghilterra perirono nel XIV secolo e morì un terzo dell'intera popolazione europea. Speriamo che non si arrivi mai a tanto. Ma non lo sappiamo ancora. L'OMS teme un'altra pandemia di influenza ad 'alto rischio', così come è avvenuto nel 2003 con la Sars e non parla con leggerezza. Gli esperti sono molto preoccupati. Il rischio c'è. Allo stato attuale è ancora solo una possibilità, ma è in bilico per diventare una probabilità.

Ma almeno abbiamo alcune grandi vantaggi rispetto ai nostri predecessori del 1918. Abbiamo avuto un sacco di avvertimenti e il tempo per fare i preparativi. Come ho detto alla radio di Kim Hill poche settimane fa, è meglio essere preparati e non avere la pandemia che avere una pandemia e non essere preparati. Sappiamo anche esattamente quale sarà il nemico da affrontare, un virus, e ci sono semplici modi pratici per ridurre il rischio. Il lavaggio frequente delle mani, le maschere per il viso, utilizzare tessuti e non fazzoletti, evitare baci e luoghi affollati, mantenere le distanze nei luoghi di lavoro ed altro. Ci sono un sacco di buoni consigli disponibili presso il centro medico più vicino. Andate a prendere un volantino domani!

Ora almeno abbiamo un piano pandemico, che non avevano nel 1918. La prima versione è stata rilasciata nel 2002 ed era conosciuta come IPAP o Piano per l' Influenza Pandemica. Poi è arrivato lo spavento della SARS nel 2003 e il piano è stato rivisto per coprire qualsiasi tipo di EID (malattie infettive emergenti). Si noti come i burocrati amino usare acronimi! maggiori informazioni tra poco su questo. Il piano è stato rivisto e aggiornato e ora è il NHEP (Piano Nazionale per le Emergenze Sanitarie). E' lungo 54 pagine e stabilisce una catena di comando molto completa, che identifica tutti i vari livelli e componenti del sistema sanitario della Nuova Zelanda, così come della polizia e della protezione civile e dice chi è responsabile di che cosa se una pandemia colpisce ancora e chi deve fare che cosa e come essi debbano tenersi in contatto l' uno con l'altro. È veramente impressionante e un fiore al' occhiello per i pianificatori del Ministero della salute, che ovviamente hanno cercato di pensare a ogni possibile emergenza. Si tratta di un piano splendido che dovrebbe aiutare tutti noi a dormire sonni tranquilli nei nostri letti durante la notte, almeno fino a quando arriva la pandemia. Ho da fare solo qualche piccolo rilievo su di esso e qualcuno un pò più grande. 
Le piccole pecche hanno a che fare con l'uso di acronimi. Mi ricordo di averlo sottolineato in una conferenza del gruppo sulla Consapevolezza della Vaccinazione Influenzale a Wellington nel 2003. Uno dei funzionari si riferiva alla PPD e, nella mia ignoranza, ho alzato la mia mano e ho chiesto, per favore signore, che cosa è un PPD? Lui mi guardò compassionevolmente e mi disse, 'un dispositivo di protezione personale'. Beh, per la maggior parte dei nostri studenti fuori dall' Università, la prima cosa che vorrei suggerire sarebbe un preservativo. No, in questo contesto, significava una maschera. Si presentano sotto l'acronimo generale di PPE (dispositivi di protezione individuale). Beh, sarà bello e sfizioso per gli addetti ai lavori, ma una pandemia sta per coinvolgere tutti noi, cittadini ordinari. Ho suggerito che sia meglio chiamarli maschere per il viso se è questo il loro significato. Molto meglio chiamare le cose con il loro nome.

Un mio grosso rilievo sul piano riguarda l' assunto che tutte le persone chiave saranno sul ponte di comando per fare quello che ci si aspetta da loro. Come ben sanno gli storici, guerre e rivoluzioni quasi mai sono andati secondo i piani e le pandemie sono molto simili a guerre e rivoluzioni. Sono piene di sorprese che nessuno si aspetta. Ciò che è andato storto a Wellington nel 1918 è stato che la maggior parte dei medici e tutti i funzionari sanitari chiave sono finiti fuori gioco con l'influenza e per una settimana non c'era nessuno sul ponte per organizzare qualcosa. E' stato un ritardo fatale per centinaia di persone, l'influenza è andata fuori controllo e Wellington ha avuto il peggior tasso di mortalità tra i centri principale in quel 1918. 
Ora, naturalmente, abbiamo il vantaggio degli antivirali, i farmaci-spina scoperti da alcuni scienziati australiani, quasi per caso a quanto pare, in qualche pausa pranzo o così mi è stato detto. C'è un'altra storia interessante! Il Ministero della Salute ha convinto il governo ad investire in scorte di Tamiflu per proteggere quei funzionari chiave e il personale in prima linea quali medici, infermieri, autisti di ambulanze, della polizia e protezione civile. Speriamo che funzioni. Ma se così non fosse, avremo bisogno di persone di riserva, di sostituti all' altezza, che possano prendere il posto di quelli che si ammalano e che sappiano che cosa deve essere fatto. Ancora una volta vorrei sottolineare la necessità del lavoro di squadra e questo significa allenamento avanzato ed esercizi, come ho scoperto quando ero alla ricerca del mio libro sul servizio di Ambulanza di St John in Christchurch. La formazione è fondamentale per un efficace lavoro di squadra. Più elaborato sarà il piano e articolata la catena di comando, maggiore sarà il rischio che alcuni pezzi possano guastarsi e smettere di funzionare. Questo vale per ogni grande organizzazione, naturalmente, compreso il nostro attuale Consiglio di Città, Consiglio Regionale, il Sevizio Ambientale di Canterbury e (oserei dire) l' Università di Canterbury.

Un altro grande vantaggio che abbiamo rispetto al 1918 è che ora abbiamo gli antibiotici per affrontare le infezioni secondarie (soprattutto polmoniti) che uccisero la maggior parte delle vittime nel 1918. Ma qui ci sono problemi con i meccanismi di consegna. Se il Tamiflu funziona, dovremo avere abbastanza medici e infermieri in azione per distribuire antibiotici a chi ne ha bisogno. Ma ci saranno scorte sufficienti? Il piano pandemico è un po' vago su questo punto e lascia ai Comitati Sanitari di Distretto il compito di assicurarsi che ci siano sufficienti riserve nelle rispettive regioni. Ma come mi ha avvertito il mio medico di famiglia, alcune persone sono allergiche agli antibiotici. Potrebbero causare più male che bene. Ma io sono lieto di riferire che i medici di Christchurch sono estremamente ben organizzati e hanno pensato a questo problema in anticipo. Pegaso Salute ha preso l'iniziativa e ha anche organizzato seminari di formazione. La maggior parte delle pratiche ora dispongono di responsabili pandemici designati e l'obiettivo è quello di impostare ambulatori separati in modo che i pazienti non trasmettano l' infezione a persone con disturbi ordinari. Speriamo solo che le infezioni secondarie siano polmoniti batteriche. Gli antibiotici non saranno di grande utilità nel caso di polmoniti virali.
E' probabile pertanto che la risposta medica sia molto più rapida ed efficace di quanto sia stata nel 1918. Ma, come storico, ho ancora un forte sospetto che un sacco di cose non andranno per il verso giusto se davvero ci troveremo di fronte ad una grave epidemia con un sacco di persone ammalate tutte in una volta. La mia ipotesi è che la prima linea, allora come ora, sarà nelle nostre case e nei nostri quartieri più vicini. Perciò abbiamo bisogno di scorte per l' emergenza, non come il millenium bug, ma sul serio, come nel caso di un' inondazione o di un terremoto. Se dovessimo sopravvivere senza accesso ai supermercati per due o tre settimane, avremmo abbastanza per vivere? Noi non possiamo fare affidamento sulle forniture inviate dal governo con gli elicotteri! E se ci sono migliaia di persone che sopravvivono all'influenza, come nel 1918, ma rimangono ancora a letto per diverse settimane come convalescenti impotenti, chi si occuperà di dar loro da mangiare e di prendersi cura di loro? Questo è un punto importante che il piano pandemico in realtà non affronta, come Tony Ryall ha sottolineato la scorsa settimana. Questo è il punto su cui il governo locale avrà un ruolo vitale da svolgere, vitale perché potrebbe significare il salvataggio di molte vite. Si tratta di un'eventualità per la quale c' è bisogno di pianificare ora. Non è una buona cosa aspettare fino a quando la pandemia ci scoppia tra le mani.
Abbiamo bisogno di far rivivere i nostri gruppi di quartiere, per conoscere i nostri vicini e assicurarsi che tutti noi abbiamo i nomi e i numeri di telefono delle persone che vivono vicino a noi. Mia moglie è un esperta di lingua e letteratura giapponese e mi dice che sotto il sistema di governo di Tokogawa ogni famiglia doveva sapere chi fossero i propri vicini, quelli su entrambi i lati e i tre opposti. Questo faceva parte del sistema feudale di controllo poliziesco e sociale. Se un padrone di casa commetteva un crimine, i capi di tutte e sei le famiglie sarebbero stati puniti. È un po' drastico, eh! Presto ci sarebbero le carceri piene qui da noi. Ma ha fatto in modo che si sapesse chi erano i propri vicini e si fosse sempre aggiornati! Non è un cattivo modello per i gruppi di quartiere in una pandemia: se anche parecchie famiglie dovessero soccombere con l' influenza ci sarebbe qualcuno che si prende cura di loro. Ora abbiamo i telefoni cellulari e le e-mail per tenerci in contatto. Ricordate, se iniziate ad avere una sensazione di febbre e vertigini, chiamate qualcuno e dite loro che siete malati prima di svenire!

Avremo bisogno di scorte di maschere per proteggere i volontari che andranno a bussare porta a porta per verificare quanti hanno l'influenza e per proteggere i volontari che dovranno prendersi cura delle famiglie dove tutti sono a letto con l' influenza. Sappiamo tutti come gestire un caso grave di polmonite a casa? Come abbassare la febbre senza congelare il paziente? Come sostituire i fluidi per mantenere le forze? Come prendersi cura di persone completamente impotenti? Se un sacco di persone si ammala in una sola volta, che è il modello usuale per un' influenza pandemica, l'ospedale presto verrà sommerso. Si può richiedere un' ambulanza, ma probabilmente si dovrà attendere in lista. Noi tutti potremo aver bisogno di addestramento sull' assistenza domiciliare, sulla gestione di base di una polmonite, questo è qualcosa che il Ministero della salute dovrebbe aggiungere al suo piano pandemico. Si potrebbe usare la TV per mostrare alla gente cosa fare. Sarebbe un diversivo utile rispetto agli annunci pubblicitari e ai teleromanzi!

Nel 1918 un sacco di volontari animati da senso civico sono usciti e hanno aiutato i loro vicini indipendentemente dal rischio per se stessi.
Molte delle vecchie persone che ho intervistato circa l'influenza mi hanno detto che riponevano la loro fiducia in Dio e accadesse quello che doveva accadere. Mi chiedo quante persone oggi in Christchurch saprebbero adottare lo stesso disinteressato atteggiamento di coraggio? Molto poche, sospetto. Nel 1918 i Boy Scouts hanno fatto un' opera meravigliosa portando minestre e medicine alle famiglie colpite. Quanti genitori lascerebbero oggi uscire i propri figli di fronte a una pandemia? Nel 1918 la maggior parte delle persone non si preoccupava di chiudere con serrature le porte di notte. Non ne avevano bisogno. Le persone erano allora molto più fiduciose e rispettose della legge e i valori cristiani di onestà e di carità erano molto più diffusamente praticati. Quante persone oggi sarebbero più propense a serrare le porte, a badare a se stessi e a guardare ciò che sta accadendo in TV? Nell' Isola del Nord mi sono imbattuto in molti esempi di persone che avevano bloccato le porte, negato l'accesso alle pattuglie di soccorso e vennero trovate morti all'interno delle loro case. Ci deve essere una via di mezzo tra tale isolamento estremo e l' aiuto i ai propri vicini. Ambiguamente, l'isolamento è una delle cose raccomandate dalle autorità sanitarie, ma contraddice il principio di base della sopravvivenza di una comunità, che è quello che dovremmo aiutarci reciprocamente nei momenti di bisogno. La Nuova Zelanda è una società cambiata moltissimo dal 1918. Oggi viviamo in una società molto più materialista e individualista, una generazione egocentrica alla ricerca del benessere e della gratificazione immediata. Le famiglie sono molto più piccole di quanto fossero nel 1918, quando anche se entrambi i genitori erano malati in una famiglia di sei c' era sempre un figlio più grande che badava agli altri. Oggi le famiglie sono più piccole e più isolate. Ci sono molti più genitori singoli con bambini piccoli. Molte più persone vivono da sole rispetto al 1918 e molti più anziani vivono in case di riposo, che sono luoghi a maggior rischio di diffusione delle infezioni virali.

Ci sono quindi un sacco di domande a cui non sappiamo ancora rispondere e un sacco di dubbi e paure nell' attesa e nei preparativi di una pandemia maggiore. Spero che non accada, ma se avviene ci sottoporrà tutti ad una prova estrema. Farà emergere le differenze tra i coraggiosi e i vigliacchi tra di noi, tra i buoni e gli egoisti, tra gli intraprendenti e i chiaccheroni. Come ho sottolineato a Kerre Woodham su Newstalk ad Auckland durante il fine settimana, c'è un eroe profondo dentro di noi; in caso di emergenza, spero che saremo abbastanza coraggiosi per tirare fuori quell'eroe e che troveremo il coraggio di fare quello che dev'essere fatto. Vorrei concludere con una nota ottimistica. Speriamo che questa influenza aviaria, se proprio arrivasse, non sia peggio di quella del 1918, perché allora è morto meno di uno per cento della popolazione. Quasi tutti coloro che hanno preso l'influenza l' hanno superata. Abbiamo bisogno di mantenere un senso di proporzione e usare il nostro buon senso. Vorrei che tutti noi restassimo allegri come il duo Charlies e mantenessimo un atteggiamento positivo. E, ricordate sempre, per quante persone muoiano la vita andrà avanti per i sopravvissuti, come è stato con la morte nera e la grande peste di Londra. La vita è da essere vissuta. Prendete ogni giorno come viene, ma cercate di sfruttare al massimo ogni giorno. Grazie per l'ascolto così paziente.